Ricordi dal sisma di Amatrice

Era il 24 di agosto 2016 quando un terremoto lontano molti chilometri feriva Orvieto chiamando a se le due giovani vittime concittadine, Barbara e Matteo, che quel fatidico giorno erano ad Amatrice. Da allora è passato un anno ed ancora giungono notizia tragiche in questa nostra Italia, nazione che con il sisma deve convivere da sempre, a tutte le sue latitudini. Non guarda in faccia a nessuno la rabbia della terra, non si cura di colpire una scuola od una chiesa, e spesso fa danni anche maggiori di quelli che farebbe in un’altra terra che non ha le città medievali e rinascimentali ma giganti di acciaio e materiali speciali in grado di reggere forze notevolissime. Nel ricordare quindi quei momenti di lutto e nell’esprimere solidarietà e vicinanza alle popolazioni, tutte, colpite dai fenomeni naturali che hanno fatto crollare le case, vogliamo anche guardare oltre e fare che tutta questa sofferenza non sia una lezione che vada dimenticata, sepolta da becere polemiche lontane dai drammi umani e dalla realtà dei fatti. E’ passato oltre un anno, ed oltre un anno dalle prime raccolte fondi, le “amatricana” solidali come quella di piazza dei Monaldeshi eppure sembra che il tempo si sia fermato, che non si sia stati in grado di ripartire e che, soprattutto, non si sia imparato nulla.

«Come tantissimi italiani ho vissuto in prima persona numerosissimi eventi sismici, da quelli terrificanti dell’Irpinia che sono stati per anni una ferita aperta nei luoghi dove sono cresciuta a quelli di Amatrice che hanno portato via esattamente un anno fa la maestra Barbara, insegnante di mia figlia Francesca, dagli sciami minori che hanno lesionato le case nella vicina CastelGiorgio al recentissimo dramma dell’isola d’Ischia. Quello della sismicità è un denominatore comune dell’Italia, un esempio costante della necessità di resilienza delle cose e delle comunità di persone a cui devono andare i nostri pensieri ed il nostro affetto, oggi ad Ischia come un anno fa ad Amatrice e qui alle famiglie Marinelli e Gianlorenzi. Ricordo che fu il sisma del 1980, quello dell’Irpinia che è vivissimo nella mia memoria, a dare la spinta all’istituzione di quella Protezione Civile protagonista degli interventi di messa in sicurezza e dei salvataggi, da quella tragedia quindi imparammo. Ed ancora la Protezione Civile di Orvieto da sola non avrebbe potuto effettuare lunghe turnazioni ed interventi importanti come quella della cosiddetta “funzione associata” dei comuni dell’orvietano che a Preci e Norcia ha potuto fare la differenza. A loro il mio personale tributo di rispetto e gratitudine. Ed anche questa nuova capacità di reazione è un passo importante, ma quello che serve davvero è Resilienza, capacità di resistere ad eventi inevitabili come i terremoti, di prevenire i crolli, le azioni sconsiderate come il panico ed il fuggi fuggi generale per il quale, ad esempio, i turisti hanno assaltato i porti ischitani la notte del sisma creando non poche difficoltà e dando adito, con una ridicolo tam tam mediatico, a polemiche che stanno inficiando la capacità dei comparti lavorativi turisti dell’isola di rimettersi al lavoro per delle accuse di sciacallaggio quando i prezzi invece non erano aumentati. Serve resilienza nei luoghi con scuole e spazi pubblici che esibiscano i certificati di rischio sismico, si programmi una manutenzione migliorativa dai punti di vista della sicurezza, del consumo energetico, dell’accessibilità ai disabili, dell’assenza di amianto ed altri inquinanti, in cui si facciano esercitazioni con i risultati verificabili, nelle quali si ponga la questione sul come affrontare problemi che, nel lungo periodo, non sarà possibile evitare. Serve resilienza nella cultura e nell’informazione in cui è necessario approfondire le cause vere e profonde e non solo titolare a caratteri cubitali sugli effetti. Guai ai sindaci che non si attivino contro gli abusivismi, e guai alle amministrazioni che non facciano il loro dovere certificando ed approvando i progetti nei tempi dovuti prevenendo il malcostume di tentare la via del condono, perchè la resilienza parte anche dalle amministrazioni che fanno il proprio dovere con efficacia ed efficienza: è incredibile che si sia attentissimi a notare lo sforamento di pochi centimetri di una insegna e magari non si notino veri e propri ecomostri, magari in zone alluvionali o franose. Infine serve la resilienza della politica che non può limitarsi a lanciare accuse o slogan ma deve proporre soluzioni ed una visione in prospettiva del territorio, nonostante pressioni e provocazioni. Questo almeno è il mio personale punto di vista ed ad Orvieto, a partire dalla resilienza degli edifici pubblici, a cominciare dalle scuole dove vanno i nostri figli, c’è davvero tanto da fare.» Lucia Vergaglia, M5S Orvieto

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